Se il decennale aveva segnato la maturità, il ventennale di
Martin Mystère (aprile 2002)
rappresenta il trionfo della consapevolezza metanarrativa. L'albo numero
241, intitolato emblematicamente "Vent'anni dopo", è una
lettera d'amore di Alfredo Castelli ai suoi lettori e alla storia del fumetto
stesso. Vent'anni dopo, il mistero non è svanito; ha solo cambiato forma,
nascondendosi dietro i pixel e le nuove leggende metropolitane.
Nel 2002, Martin
Mystère taglia il traguardo dei vent'anni di pubblicazione regolare. Per
l'occasione, lo staff di via Buonarroti decide di non limitarsi a una storia
celebrativa, ma di costruire un'avventura che sia al tempo stesso un reboot
spirituale e un omaggio filologico alle origini. Un Viaggio nel
Tempo
La sceneggiatura di Alfredo Castelli e i disegni
dell'immancabile Giancarlo Alessandrini (coppia d'oro che ha
dato vita al personaggio) orchestrano un meccanismo narrativo perfetto. La
storia gioca su due piani temporali:
· Il Presente: Un Martin
Mystère più riflessivo, che deve fare i conti con un mondo che sta
cambiando velocemente (siamo all'alba dell'era digitale di massa).
· Il Passato: Flashback che ci riportano ai primi anni
'80, svelando retroscena inediti sulla prima, storica avventura contro gli
Uomini in Nero.
L'albo n. 241 non è solo una lettura, è un'esperienza per il fan di
lunga data, ricca di elementi simbolici:
1. L'Omaggio alla Copertina n. 1: La copertina del ventennale richiama
cromaticamente e compositivamente quella del primo numero del 1982, creando un
ponte visivo immediato.
2. La Teoria del Complotto Totale: Castelli riprende il tema degli Uomini
in Nero, ma lo aggiorna. Non sono più solo monaci guerrieri che bruciano
biblioteche, ma una forza che agisce nelle pieghe della modernità.
3. Il Meta-Fumetto: Come spesso accade in Martin Mystère, il confine tra realtà e finzione si fa labile. Si
parla del "fumetto di Martin Mystère" all'interno della storia
stessa, un gioco intellettuale che è il marchio di fabbrica della testata.
Arrivare al numero 241 significava, per Martin, aver superato indenne la
crisi del fumetto degli anni '90 e l'ascesa della CGI. Il "Detective
dell'Impossibile" dimostrava di essere ancora l'unico personaggio capace
di unire divulgazione culturale, fantascienza classica e ironia
colta.
Questo numero ha ribadito che, nonostante i capelli di Martin fossero
ormai un po' più radi (come lui stesso scherzosamente cita spesso) e il mondo
fosse diventato più cinico, c'era ancora spazio per il Sense of Wonder.



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